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Città Fantasma di Monterano

Le nostre Ricerche

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LE NOSTRE CONSIDERAZIONI
Questa ricerca ci ha portati a fare un sopralluogo della città abbandonata di Monterano, già entrando nel paese abitato si respira un'aria particolare tipica del paese che nasconde una storia. Per raggiungere l'antica città ci siamo dovuti far spiegare la strada da una persona del luogo che quasi ci ha sconsigliato di andare soprattutto di notte. La strada è sterrata e stretta e gli alberi sembrano avvolgere la strada, si consiglia l'uso di un veicolo adeguato agli sterrati. Dopo un piazzale troverete un cancello che di giorno è aperto, di notte... beh... se uno vuole una cosa, il modo di farla lo trova. Subito ci ha colpito l'aria di pace con i tipici rumori della campagna e il cielo stellato. Il posto antistante la rocca si presenta come un area ampia con delle grotte scavate nel tufo e un bel fontanile, sul fondo c'è il famoso ponte che al buio ci si è quasi parato dinanzi all'improvviso. La fortificazione invece è quasi completamente circondata dalla vegetazione e le stradine scavate nel tufo sono strette e scivolose e quasi coperte di erbacce alte. Dopo aver rintracciato la stradina giusta siamo arrivati dentro la rocca esattamente sotto la torre che sovrasta la vecchia chiesa. L'atmosfera è surreale, se vi mettete all'interno della chiesa vi sentirete vulnerabili da tutte le parti. Il soffitto manca completamente e si vede il cielo stellato e le finestre sembrano dare nel buio infinito. le lampade al neon hanno fatto il loro dovere. I ruderi sono pericolanti e rinforzati col cemento, ma ci sono comunque molti segni di passaggio. Dalla solita scritta di innamorati a cose un pò più complesse. Sicuramente la chiesa era stata ripulita di recente in quanto il pavimento sembrava troppo pulito per essere un posto all'aperto e la presenza di alcuni particolari ci ha spiegato il perchè . All'altezza dell'altare centrale abbiamo trovato due mozziconi di catene ancorate al muro con dei chiodi, il tutto sembrava molto recente e senza un filo di ruggine. in una nicchia della chiesa invece c'era un animale morto e segni di un piccolo fuoco... Con questo possiamo affermare la presenza di segni che indicano il passaggio di Sette Sataniche e quindi consigliamo PRUDENZA!!!
Altri segni più consistenti li abbiamo trovati in una grotta più grande delle altre, dove c'erano segni di fuoco più alti lungo la parete e il soffitto e delle candele e la presenza di zolfo sulle rocce. Ora aspettiamo lo sviluppo delle foto per vedere eventuali manifestazioni... siamo dovuti passare al digitale in quanto la telecamera e la reflex risultavano inadeguate all'ambiente circostante, inoltre non sono stati registrati evidenti cambiamenti di temperatura o altri segni tipici. Tuttavia l'esperienza è stata molto interessante e vale la pena di visitare il posto ma si consiglia di usare tutti gli accorgimenti del caso per evitare spiacevoli incontri.
LA LEGGENDA:
La storia del declino della città di Monterano si è ripetuta costantemente ad ogni periodo in cui il centro abbia raggiunto popolarità e ricchezza. Infatti, periodicamente la popolazione veniva colpita dal grave flagello della malaria.
Del declino e dell'abbandono della città sono legati ad una vicenda particolare, si racconta che contemporaneamente alla malaria, il vento forte che spazzava la gola sottostante la città distruggeva o rendeva impraticabile il ponte utilizzato per raggiungere la città. Sembrava fosse impossibile erigere un ponte abbastanza forte e duraturo per rendere la vita in questa città normale, così i “potenti” del luogo fecero un patto col diavolo. Il patto consisteva in periodi sacrificali, dove venivano uccise bestie e donato vergini in cambio di un ponte resistente e duraturo che avrebbe permesso alla città di intraprendere le normali attività produttive. Nell'arco di una notte il nuovo ponte fu incredibilmente eretto ma gli abitanti per festeggiare invece di sacrificare le bestie al maligno banchettarono con esse e per punizione furono colpiti da una serie di maledizioni.
La tremenda malaria decimò la popolazione e qualche anno dopo delle truppe francesi, con un atto di violenza gratuita, saccheggiarono e incendiarono l'intero abitato e l'adiacente convento. La scena che si presentò ai loro occhi fu impressionante e senz'altro peggiore di quanto potevano immaginare: l'abitato già fatiscente era distrutto, il palazzo e gli altri edifici erano diventati inabitabili ed ogni possibilità di restauro venne ritenuta impraticabile. Gli abitanti vista l’aria insalubre e le condizioni ambientali decisero di abbandonarla, rimasero solo due frati del convento di San Bonaventura, resistettero per qualche tempo ma poi abbandonarono anche loro la città per motivi inspiegabili.






CENNI STORICI
Il ritrovamento di molti manufatti in pietra e la presenza di caverne naturali lungo il corso del torrente Lenta, possibili abitazioni primitive, rivelano la presenza di insediamenti preistorici nel territorio canalese. I reperti testimoniano la presenza dell'uomo preistorico e rendono quasi certa l'esistenza di insediamenti remoti nella zona, ricca di caverne naturali. Gli studi finora resi noti, fanno risalire probabilmente i reperti al periodo tardo-preistorico, almeno due millenni a.C., e accennano allo sviluppo a Stigliano di culture appenniniche, analoghe a quelle riscontrate nel versante marittimo dei monti della Tolfa. Anche nel resto del territorio monteranese sono ritenuti probabili altri insediamenti preistorici. In particolare, per quanto concerne più propriamente il territorio monteranese, alcuni rilievi hanno rilevato importanti indizi e tracce di presenza di culture preistoriche analoghe a quelle accertate per i monti della Tolfa e per Stigliano. Sull strapiombo tufaceo (Greppa del Falco) prodotto dallo scorrere del fosso Bicione sono presenti imponenti grotte scavate dall'uomo che, per la loro particolare ubicazione, hanno suscitato e continuano a suscitare l'interesse e la curiosità di residenti e turisti. Probabilmente si tratta di abitazioni o di sepolture dei primi secoli del I millennio a.C. La datazione, tuttavia, è quanto mai incerta e, considerati i lavori di scavo esguiti, non può essere anteriore all'introduzione di utensili di metallo, ferro in particolare, capaci di incidere il tufo. Questi versi dell'Eneide di Virgilio, che raccontano l'arrivo dell'eroe nel Lazio dopo essere scampato alla distruzione di Troia, narrano qui di un esercito raccolto da Enea tra vari popoli italici. Nel libro decimo infatti si parla di un contingente di trecento soldati provenienti anche dai campi del Mignone. L'esposizione leggendaria fa supporre l'esistenza agli albori della storia di popolazioni insediate nelle valli canalesi e tolfetane attraversate dal Mignone. L'aspetto esteriore, la struttura e i monumenti di Monterano etrusca sono quasi del tutto sconosciuti per la mancanza di ricerche archeologiche sistematiche, per la deperibilità del materiale usato nelle costruzioni e per la sovrapposizione nello stesso luogo di insediamenti successivi. Le tecniche edilizie etrusche non hanno permesso di lasciare resti consistenti nel corso dei secoli, poiché per le abitazioni e i templi venivano impiegati legno e argilla, mentre la pietra era usata solo per le cinte murarie, le porte e le tombe.
Allo stato attuale, dunque, l'aspetto della città etrusca può essere solo immaginato, facendo riferimento alle conoscenze generali su questa civiltà. Gli edifici di abitazione dovevano essere bassi e affiancati, poggiavano sulla roccia viva o su fondamenta di pietra. Le pareti erano costruite in mattoni crudi o con intelaiature di pali, canne e rami ricoperti da strati di argilla. Nel pianoro non esistevano sorgenti, l'acqua era trasportata con un ingegnoso acquedotto dall'altopiano di Oriolo e conservata in cisterne scavate nella roccia. Appena fuori dall'abitato si iniziava a estendere la vasta
necropoli, che rappresenta ciò che di più significativo rimane dell'insediamento etrusco. Le tombe più antiche sono quelle più prossime all'abitato, mentre quelle del periodo medio, coincidente con la massima prosperità, sono quelle più lontane. Infine le tombe dell'ultimo periodo etrusco si trovano nuovamente nelle vicinanze del perimetro urbano.Sull'altopiano della Palombara si scorgono i resti di una seconda serie di tombe che iniziando dallo stesso pianoro monteranese seguono il tracciato di un'antica via etrusca e arrivano fino alla località Pozzo Tufo. La necropoli più ricca, tuttavia, è quella che si estende sul colle della Bandita. Il territorio di Stigliano è particolarmente ricco di memorie archeologiche, fin dai tempi della preistoria. Gli Etruschi vi fondarono un villaggio, come testimoniano le necropoli e gli oggetti antichi ivi ritrovati. L'abitato etrusco, localizzato probabilmente nel bosco a nord dell'attuale stabilimento termale, era sorto in corrispondenza della via di comunicazione che congiungeva Caere a Tarquinia attraverso Castel Giuliano, le Pietrische e la media valle del Mignone.La presenza delle acque salutari e la passione dei Romani per le terme salvarono Stigliano dalla decadenza in cui erano precipitati i centri etruschi dell'entroterra dopo la conquista romana. Mentre Monterano si andava spopolando, Stigliano entrava nel periodo più felice della sua storia. La fioritura economica e culturale del centro romano è testimoniata principalmente dai resti di una strada selciata, la Selciatella, e dai ruderi delle terme e del tempio, dedicati al dio Apollo, guaritore delle malattie. Il nome del villaggio romano era infatti Acquae Apollinares. Nel '500 la crisi commerciale, artigianale e manifatturiera che iniziava a colpire l'Italia, nonché il contemporaneo attenuarsi nello Stato Pontificio dei conflitti tra i vari potenti locali, incoraggiarono gli investimenti agricoli e spinsero i latifondisti a impiegare capitali nello sviluppo dei loro possedimenti. Anche gli Orsini di Monterano e di Bracciano furono presi dal desiderio di rendere produttivi i loro terreni con l'impianto di redditizi vigneti e colture più razionali. Nello stesso periodo una grave crisi politica era in atto negli stati toscani, dove i governi repubblicani di tradizione libertaria vennero sostituiti dal dominio assoluto della famiglia dei Medici, che fondò il Ducato di Toscana. In conseguenza ai lunghi conflitti e alle relative devastazioni, molti toscani e molti umbri, prevalentemente taglialegna e boscaioli, decisero di abbandonare la propria terra e si trasferirono nella Silva Mantiana, ben accolti dai proprietari locali. I nuovi venuti si organizzarono in vari nuclei di capanne, principalmente ai piedi del monte Sassano, l'attuale Monte dell'Eremo. Quando le capanne vennero sostituite da edifici in miniatura, ebbero origine, con varie vicende, i primi insediamenti stabili degli attuali centri di Canale, Montevirginio, Manziana, Quadroni e Oriolo. La discendenza umbro-toscana delle popolazioni della zona è tutt'ora testimoniata da vari elementi: aspetti del carattere, motivi religiosi, e soprattutto dall'inflessione del linguaggio.
CANALEI coloni stabilitisi nella prima metà del '500 sul versante occidentale del monte Sassano diedero vita al primo nucleo abitato dell'attuale Canale Monterano. Canale è sorto secondo un progetto-base assai semplice, frutto con ogni probabilità della sola esperienza delle maestranze locali, ed è cresciuto spontaneamente secondo le esigenze dei singoli coloni. Il nucleo principale, corrispondente all'attuale Corso della Repubblica, è stato ottenuto dal disboscamento delle falde del monte a forma di un "canale" con direzione da nord a sud, lungo il quale sono sorte le abitazioni, le botteghe artigiane e una piccola chiesa, oggi chiamata Oratorio. In origine l'abitato non aveva un nome preciso ed era indicato dai monteranesi col termine generico "le capanne"; successivamente venne chiamata Villa di Canale di Magliano o semplicemente Canale. Soltanto dopo l'annessione allo Stato Italiano assunse l'attuale nome di Canale Monterano.Nella zona intorno a Canale, per un raggio di circa un chilometro, sorsero in vari periodi tanti piccoli insediamenti, ottenuti dal disboscamento della selva. Questi insediamenti venivano chiamati dalla popolazione castelli o castelletti, secondo una terminologia di derivazione tardo-romana. Si formarono così i castelli del Giglio, di Bonivento, della Carraiola, del Ghetto, dei Marioni, delle Case Nuove e nella parte alta i castelli di Monte Cavallo, della Riccia, del Castagno, dei Bravi e più lontano del monte della Rosetta e del monte Guasto. Quest'ultimo e il monte della Rosetta sono nel corso dei secoli rimasti separati dal restante abitato e sono ancora circondati da boschi di castagno. Per queste loro caratteristiche attualmente costituiscono gli ultimi esempi di castelli rurali canalesi e rappresentano una significativa testimonianza dell'evoluzione urbanistica del territorio.
L'EREMONei primi del '600 gli Orsini di Bracciano e di Monterano, da poco proprietari anche di Oriolo, Vejano e Rota, manifestarono la loro intenzione di favorire la costruzione di un eremo sul monte Sassano. In particolare Virginio Orsini, frate carmelitano e figlio dell'omonimo duca, rinunciò ai suoi beni e impose al fratello, Paolo Giordano, l'onere di donare all'ordine religioso dei Carmelitani Scalzi una consistente somma di denaro per avviare la costruzione dell'eremo. I lavori, iniziati nel 1651 ebbero termine nel 1668. Il convento si presentava come un'imponente costruzione a pianta rettangolare. Nel primo piano erano sistemate le dodici celle dei frati, nove stanze per gli ospiti, i luoghi di preghiera e i servizi (cucina, refettorio, la dispensa, la libreria, la sala per le conferenze). All'interno della costruzione si apriva un ampio chiostro. L'eremo divenne presto anche una fiorente azienda agricola con terreni seminativi, orti, vigne, frutteti, stalle e ricoveri per il bestiame. Furono inoltre attivati due impianti industriali, una cava di pietra e una fornace di laterizi che rimase attiva fino al 1951.
MONTEVIRGINIOI coloni agricoli del versante settentrionale del monte Sassano diedero origine a un borgo cui dettero lo stesso nome del monte. Tale borgo fu espropriato nel 1615 dal duca Virginio Orsini per poter costruire l'eremo, e in cambio conferì agli agricoltori una buona estensione di pascoli e boschi ai piedi del monte che per tali motivi venne chiamato Virginio.Gli agricoltori, viste abbattute le proprie case per fare posto alla fabbrica religiosa, iniziarono l'edificazione di un nuovo abitato più a nord, che venne chiamato Montevirginio. Dopo l'acquisto del feudo, gli Altieri favorirono lo sviluppo della sistemazione urbanistica di Montevirginio imperniata su un'ampia e comoda piazza, collegata con il palazzo dei principi e con Oriolo da una bella strada bordata da più file di olmi.
IL NEPOTISMOI papi del '600 si distinsero per la protezione accordata agli artisti che dettero vita alle sfarzose architetture, sculture e pitture del barocco romano. Il cardinale Emilio Bonaventura Altieri, diventato papa nel 1670 col nome di Clemente X, favorì i propri familiari, peraltro adottivi, nell'acquisizione di nuove terre e mise a disposizione di questi i maggiori artisti della capitale.Solo un anno dopo l'elezione a papa del loro congiunto, gli Altieri, diventati la più potente famiglia romana, acquistarono i feudi di Monterano, Oriolo e Viano, e perseguirono l'ampliamento e il miglioramento urbanistico dei centri appena acquistati. Monterano in particolare fu abbellito con notevoli costruzioni, della cui progettazione venne incaricato il massimo artista del barocco romano, Gian Lorenzo Bernini. L'architetto stilò i progetti della chiesa di San Bonaventura e del relativo convento, della fontana ottagonale e riordinò in maniera mirabile la facciata del palazzo feudale.
IL CONVENTOLa chiesa e il convento di San Bonaventura, progettati dal Bernini, furono realizzati fra il 1677 e il 1679 sotto la direzione di Mattia de Rossi. La chiesa, a pianta centrale, presentava quattro cappelle laterali e nella parete absidale si aprivano due porte di collegamento con le sacrestie e il convento. La facciata era semplice con quattro pilastri dorici a sostegno dell'architrave e del frontone triangolare; ai lati si innalzavano due campanili. La copertura sormontata da una lanterna era internamente a cupola ed esternamente a tetto ottagonale.Il convento, unito alla chiesa, aveva pianta rettangolare con il braccio occidentale incompleto mentre nella parte centrale si apriva il cortile circondato da un grande portico.
Le vicende del convento furono piuttosto curiose. Il fabbricato, pur pregevole e comodo, cambiava continuamente inquilini ed era comunque abitato malvolentieri. Venne inizialmente realizzato per i frati delle Scuole Pie, che però non raggiunsero mai Monterano, forse per un disaccordo con gli Altieri o per l'ubicazione disagevole. Vennero allora ospitati gli Agostiniani Scalzi che però furono allontanati una ventina d'anni più tardi poiché non celebravano le messe di suffragio in numero pattuito. Li sostituirono i sacerdoti secolari che però furono dimessi nel 1719 perché troppo costosi, e il convento venne affifato agli eremiti del Senario. Infine i nuovi inquilini si lamentarono dell'aria insalubre del luogo e acquistarono una residenza estiva nel vicino paese di Canale, ma rimasero fedeli al convento per cira 80 anni, fino alla distruzione dell'intero abitato.
IL PALAZZO E LE FONTANEIl palazzo feudale dominava la cittadella fortificata. Costruito nel periodo dell'alto medioevo, fu più volte rimaneggiato e trasformato nel corso dei secoli successivi.Alla fine del '600 la facciata fu mirabilmente ordinata su progetto del Bernini. Le due torri, circolare quella di destra e quadrata quella di sinistra, furono collegate da una loggia a sei arcate sistemate a finto rudere, a imitazione degli archi del vicino acquedotto. Sotto la loggia fu costruita una fontana veramente geniale, appoggiata alla base rocciosa che sosteneva le mura portanti del palazzo. Alla sommità della scogliera venne collocato un leone di pietra, raffigurato nell'atto di scuotere la roccia con una zampa per far sgorgare un'abbondante cascata d'acqua che precipitava tra gli scogli e si raccoglieva in una vasca bordata da grandi massi. L'effetto scenico doveva essere di notevole suggestione.
Altre opere degne di nota all'interno della cittadella fortificata erano la cattedrale altomedioevale di
S. Maria, la chiesetta probabilmente dedicata a San Rocco sulla piazza principale, e il belvedere sul lato nord del palazzo che dominava la valle del Mignone.Nel lato orientale si ammira il doppio ordine di archi dell'acquedotto
che attraversava la piccola valle antistante le mura cittadine e anche una mostra d'acqua a cinque cannelle, posta alla base dell'arcata nel luogo dove ora sorge il fontanile rurale.
LA MALARIALa fioritura artistica e il benessere di Monterano, dovuti all'intraprendenza e ai lavori fatti eseguire alla fine del '600 dai nuovi proprietari, gli Altieri, ebbero vita breve. Deceduto il papa Altieri, svanita l'autorità dell'ambizioso primo ministro della stessa casata e terminate le opere berniniane, i monteranesi si ritrovarono nuovamente di fronte a gravi difficoltà legate al disordine amministrativo, al malgoverno e alla crisi economica cronica dello Stato Pontificio. Oltre alla decadenza della principale attività produttiva, l'agricoltura, agli inizi del '770 apparve nuovamente una grave flagello, la malaria, una malattia che probabilmente si presentava a ogni periodo critico dell'antico centro.Le sottostanti valli di Mignone e Bicione, non curate adeguatamente, si riempivano in estate di stagni che favorivano il diffondersi delle febbri. I più colpiti dalla malaria erano i contadini, la stragrande maggioranza della popolazione, che si dovevano recare ogni giorno al lavoro nelle campagne malsane.Probabilmente alla malaria e alla lenta decadenza della città si accompagnò un progressivo spopolamento a vantaggio dei vicini paesi di Canale e di Montevirginio, fino al completo abbandono, seguito all'improvvisa e violenta distruzione dell'intero abitato.
LA DISTRUZIONE E L'ABBANDONOLa fine del '700 vide il diffondersi anche in Italia delle idee di libertà e di uguaglianza che avevano spinto i francesi alla rivoluzione. Nel 1798 decadde il potere temporale del Papa e sorse nel Lazio in Umbria e nelle Marche la Repubblica Romana, protetta dalla Francia. L'anno seguente la Repubblica cadde sotto i colpi dell'esercito borbonico e lo Stato Pontificio fu restaurato.Nello stesso anno 1799 avvenne, inaspettata e improvvisa, la distruzione di Monterano a opera delle truppe francesi, con un atto di violenza gratuita. I motivi banali ebbero tuttavia come conseguenza la distruzione di un centro abitato le cui origini risalivano alla preistoria.Ecco i fatti. Il vicino paese di Tolfa, reduce da una cruenta insurrezione antifrancese, era alle prese con un fatto ordinario di minore importanza, l'insufficienza del mulino a soddisfare le necessità cittadine. Tornata la calma dopo la ribellione e la conseguente repressione ad opera dei francesi, gli agricoltori tolfetani che non potevano macinare il grano, si recarono alla mola di Monterano. I monteranesi, memori delle stragi, impedirono ai tolfetani di macinare per evitare ogni possibile guaio. Il comandante francese di Tolfa, avvisato del rifiuto, rimandò indietro gli agricoltori tolfetani accompagnati da una nutrita scorta militare: alla vista dei soldati gli abitanti di Monterano, presi dalla paura, raccolsero quanto poterono e lasciarono il paese. Le truppe francesi, per una esagerata rappresaglia oppure per dare una dimostrazione di forza saccheggiarono e incendiarono l'intero abitato e l'adiacente convento.Partite le truppe francesi e gli agricoltori tolfetani, con il loro grano finalmente trasformato in farina, i monteranesi tornarono per constatare i danni del saccheggio e dell'incendio.La scena che si presentò ai loro occhi fu impressionante e senz'altro peggiore di quanto potevano immaginare: l'abitato già fatiscente era distrutto, il palazzo e gli altri edifici erano diventati inabitabili e ogni possibilità di reatauro venne ritenuta impraticabile o comunque troppo costosa. Gli sfortunati abitanti, allora, scartarono l'idea di restaurare le case e decisero di trasferirsi nei vicini paesi di Canale e Montevirginio dove, tra le altre cose, l'aria era salubre tutti i mesi dell'anno e le strade di collegamento con gli altri paesi più comode. Solo i due frati del convento di San Bonaventura furono restii ad abbandonare il luogo e chiesero più volte l'intervento dei proprietari, gli Altieri. Ma i principi, che avevano subito troppe perdite con l'avvento della repubblica Romana, risposero negativamente a ogni richiesta. Nel marzo del 1800 i due frati furono costretti a lasciare il convento. Da allora il pianoro monteranese è rimasto praticamente
disabitato.




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